Navi
e navigazione nell'età antica

Grande nave oneraria (Europa) rappresentata tra
i graffiti navali di Pompei |
Le popolazioni etrusche che abitarono le coste toscane,
ed in special modo l’area pisana, divennero ben presto celebri per
le loro attività commerciali e per saper mantenere il controllo
delle rotte di navigazione tirrenica.
Le loro veloci navi, soprattutto nel così detto periodo orientalizzante
(tra la fine dell’VIII secolo a.C. e la fine del VII secolo a.C.),
erano ben note ai Greci per la propria intraprendenza, quando non furono
tacciate di eccellere in vere e proprie azioni di pirateria.
Il progressivo espansionismo di Roma nel Mediterraneo e il lento ma inarrestabile
declino della civiltà etrusca, non significò per Pisa la
scomparsa delle tradizioni nautiche, anzi, queste vennero conservate e
potenziate per rispondere alle nuove esigenze militari dell’Impero.
La Marina romana, comune a tutto il territorio dominato, non introdusse
particolari novità ad eccezione di alcune unità specifiche
quali la liburna, l’imbarcazione da guerra per eccellenza,
ed alcune particolari navi da carico addette ai trasporti di cereali.

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Navi e navigazione in Etruria

Scarabeo etrusco con la raffigurazione di una zattera
(480 a.C. circa). ripreso da E. Courbaud, La navigation d'Hercule,
in "Mélanges d'archéologie et d'Histoire", XII,
1982, p. 274
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Come per le altre civiltà del Mediterraneo, anche per gli Etruschi
gli scambi e i contatti legati alla navigazione furono uno dei fattori
fondamentali del rapido sviluppo e della successiva potenza della loro
“nazione”.
Le fonti letterarie antiche e le fonti archeologiche forniscono utili
indicazioni agli studiosi circa la navigazione e le attività marittime
intraprese da questa popolazione. Non trova invece un supporto altrettanto
valido uno studio specifico sulle navi da loro utilizzate, seppur si vogliono
inventori dell’ancora bidentata e dei rostri.
A partire da Esiodo (Theog., 1011-16), le fonti letterarie antiche, da
parte greca, parlano dei popoli dei turshnoí.
Con l’inno omerico “A Dioniso” (VI-V secolo a.C.) si
inaugura la tradizione – probabilmente elaborata dalla storiografia
ionica – relativa alle azioni di “pirateria” dei Tirreni.
Sia i testi greci che quelli latini ci parlano di azioni o tentativi di
conquista e occupazione da parte degli Etruschi in Campania (dove si dice
abbiano fondato dodici città), in Corsica, in Sardegna e addirittura
nelle Canarie.
Anche un autore tardo, Stefano di Bisanzio, narra che gli Etruschi giunsero
effettivamente fino alle Baleari ed alla Spagna.
Queste testimonianze sono da valutarsi con prudenza perché, da
un lato, riguardano solo episodi che interessavano da vicino la realtà
greca e, dall’altro, rivelano un atteggiamento troppo partigiano
ed ostile.
Solo in casi molto rari, e con pochi accenni, le fonti letterarie si
riferiscono invece alla struttura ed alle attrezzature delle navi usate
dagli Etruschi. Plinio ricorda l’apporto etrusco nell’invenzione
di uno sperone a scopo offensivo. Livio parla di vele di lino,
alberi, ossatura e rivestimenti delle navi. Strabone descrive il tipo
di imbarcazione di cui si servivano i “pirati” per le loro
scorrerie, le stesse che in un altro passo imputava ai naviganti etruschi.
Lo stesso autore ci parla dell’attività della pesca, praticata
sia in mare (pesca del tonno) che in acque interne. Teofrasto ricorda
faggi il cui tronco, lungo una ventina di metri, formava da solo la chiglia
di una “nave tirrenica”.
Le fonti dirette, in questo caso unicamente di tipo archeologico, risultano
piuttosto scarse su questo aspetto.
Le imbarcazioni utilizzate in Etruria possono dunque ipotizzarsi solo
così come ci sono state tramandate dalle fonti iconografiche, cioè
alle riproduzioni plastiche e disegnative che gli stessi etruschi fecero
a testimonianza di questo importante aspetto della loro civiltà.
Si constata come le età più ricche di documentazione siano
quelle villanoviana e l’orientalizzante, dato assai importante considerando
che si tratta di periodi di formazione fondamentali e caratterizzanti
il rapido e sorprendente sviluppo della civiltà etrusca.
Le imbarcazioni usate, gli influssi accolti in merito alla loro costruzione
e l’importanza che ad esse veniva attribuita come emblemi di potenza
e ricchezza sono tutte notizie ricavabili dallo studio delle fonti iconografiche.
Le testimonianza rimasteci non danno indicazioni solo riguardo alle imbarcazioni
marittime, ma rivelano anche un ampio uso dei percorsi acquatici interni
e costieri.
Il materiale raccolto è principalmente di due tipi: le riproduzioni
plastiche di imbarcazioni (modelli, soprattutto di età villanoviana,
reperiti nei corredi funerari) e quelle “bidimensionali” (raffigurazioni
piane e disegnative su materiale ceramico, bronzeo e nelle pitture tombali,
reperite soprattutto durante la fase orientalizzante), entrambi provenienti
da tombe.
In base alle rappresentazioni reperite su oggetti ceramici, soprattutto
da quelli prodotti fra il 630 e il 550 a.C. a Caere, Vulci e Tarquinia,
i vascelli si presentano con uno scafo rotondo e spazioso, fornito di
una prua che termina con uno sperone massiccio, che sopravanza il pelo
dell’acqua: su navi di tal fatta, che si caratterizzano per avere
funzioni d’attacco, data la presenza del rostro, sono imbarcati
merci e animali, passeggeri e guerrieri.

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