Gli Arsenali Medicei

Pisa. Stampa XVI secolo

Cornelio Meyer, Tavola XXXI de L'arte di restituire
a Roma la tralasciata navigazione del suo Tevere, Roma, 1685. Pisa,
Biblioteca Universitaria.

Cornelio Meyer, Tavola XXXI de L'arte di restituire
a Roma la tralasciata navigazione del suo Tevere, Roma, 1685. Pisa,
Biblioteca Universitaria (particolare della foce).

Pianta delle fortificazioni di Pisa, fine sec.XVII. Pisa,
Collezione ongiorgi. Penna, acquarello e matita, cm.30x41.
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Pisa fu prescelta quale centro per assicurare i mezzi e
gli strumenti necessari alla realizzazione della nuova ambiziosa politica
mediterranea di Cosimo I. La sua ubicazione rendeva peraltro facile il
rifornimento di legname, reperibile nei boschi dei monti pisani o della
vicina Garfagnana, o comunque ben trasportabile grazie alla via d’acqua
del fiume Arno.
Una delle prime iniziative di Cosimo I riguardò l’arsenale.
Un cantiere navale mediceo funziona già a metà degli anni
quaranta del XVI secolo, nella stessa area dove si costruivano le imbarcazioni
della Repubblica pisana, ed a fianco delle strutture create dai fiorentini
nel Quattrocento per le proprie galere.
Nell’età comunale l’attività cantieristica era
stata ristretta nella Tersana,
ma quando si rese necessario varare in Arno galere di dimensioni superiori,
Cosimo scelse l’area fra l’arsenale repubblicano e il monastero
di S.Vito, dove già si armavano le galere. In realtà, la
situazione urbanistica di Pisa impose delle vere e proprie scelte obbligate.
Si doveva infatti realizzare il nuovo arsenale nella parte ovest della
città, per evitare l’attraversamento della città ed
essere così il più vicino possibile al mare, mentre l’esiguità
dello spazio compreso fra le mura e la chiesa di San Paolo a ripa d’Arno
costrinse ad edificare dall’altra parte del fiume, cioè appunto
nelle adiacenze della Cittadella, territorio occupato– in buona
parte – dal monastero di San Vito.
Verso il 1547 si ha già notizia del varo di una galera interamente
costruita a Pisa, “La Pisana”, nel 1549 venne varata la “San
Giovanni”, nel 1551 la “Toscana” e nel 1553 la “Padrona”.
Il duca nel frattempo provvide all’acquisto dell’intero terreno
del monastero, con tutti i suoi possedimenti fondiari, e ottenne la concessione
della Chiesa di San Lorenzo alla Rivolta, ampliando così l’estensione
ed il numero degli edifici dell’arsenale, con la costruzione di
otto capannoni. Contemporaneamente, il vecchio arsenale venne destinato
all’allevamento dei cavalli dell’esercito. Nel 1559 si avviò
la realizzazione di altre galere, si ricordino tra queste almeno la “Livornina”,
passata alla flotta stefaniana, e la “Grifona”.
L’attività cantieristica crebbe rapidamente raggiungendo
notevoli livelli di operosità, e si allestirono anche fondaci dove
realizzare le tele destinate alle velerie.
La struttura dell’arsenale, prima delle trasformazioni settecentesche,
doveva presentarsi come ben poco omogenea, seppur è da notare un
indubbio miglioramento costruttivo allontanandosi dalla parte adiacente
a San Vito ed attribuibile alla maggiore influenza di Bernardo Buontalenti,
l’architetto che aveva fornito disegno ed assistenza per la realizzazione
dell’edificio. La struttura centrale era articolata in otto navate
di assai semplice struttura, grandi archi in laterizio su pilastri, tetto
a capanna, a pianta sghemba così da permettere maggior libertà
di accesso da entrambi lati senza le strettoie delle pilastrature, di
dimensioni complessive ben superiori al così detto “arsenale
Repubblicano”, costruito in realtà a metà Quattrocento
ad opera di Francesco della Luna.
Nonostante le difficoltà, soprattutto economiche e di reclutamento
di esperti tecnici e personale addetto ai lavori, l’arsenale pisano
si espanse a ritmi febbrili. In quest’epoca il cantiere è
il maggiore del Tirreno, superando sia per superficie impiegata che per
numero di tettoie, quello genovese. Nel 1563, per consentire ulteriori
ampliamenti, si trasferì il Giardino dei Semplici, ed i lavori
continuarono per oltre un ventennio, terminando nel 1588, con Ferdinando
I. Questo granduca, oltre ad ampliare la darsena livornese, intraprese
lavori di ricostruzione e mantenimento della struttura del cantiere pisano,
dove si assistette a una ripresa importante dell’attività
cantieristica. Si vararono infatti in Arno nel giro di breve tempo due
galere bastardelle e la sfarzosa galera “Capitana”, sulla
quale si sarebbe dovuta imbarcare la principessa Maria Medici per recarsi
a Marsiglia e lì andare in sposa al re di Francia Enrico IV, mentre
alcune fonti ci riferiscono della realizzazione di una galera l’anno
per tutto il governo di Ferdinando.
In realtà, una ispezione presso l’arsenale pisano, nel 1598,
mette già in evidenza l’eccesso di manodopera, scarsamente
preparata, presso l’opificio ed il cantiere, la cattiva amministrazione
delle risorse e dei materiali, oltre ad avvertire come le galere ivi allestite
presentavano difetti sia nella fase di costruzione che di progettazione.
Simili relazioni negative si ripeterono anche negli anni successivi, seppure
non bastarono a porre fine alle attività.
I successori di Cosimo non vollero riconoscere se non dopo molti anni
le difficoltà dell’arsenale pisano, e preferirono piuttosto
impiegare le maestranze sottoutilizzate di quella struttura per eseguire
lavori di falegnameria per l’arredamento delle residenze medicee,
mentre l’opificio e il taglio delle pietre riusciva ad assicurare
ancora utili non disprezzabili. Il costo di mantenimento delle strutture
si fece però sempre più alto, mentre la politica di dominio
di Cosimo fu sostituita da un diverso atteggiamento. Dai primi del Seicento
in poi, infatti, l’elezione della guerra di corsa da parte della
flotta medicea e l’ascesa dello scalo livornese, cambiarono profondamente
le esigenze. Pisa finì per delegare sempre più spesso i
lavori all’arsenale di Livorno, acquisendo così le caratteristiche
di un grande magazzino, di una struttura di supporto, comincia a scarseggiare
il legname – che viene acquistato adesso nello Stato pontificio
- mentre, anche a livello professionale, le esigenze dell’agricoltura
finiscono per prevalere sulle tradizioni marinaresche.
Inoltre, a partire dalla fine del XVI secolo, i costi di materie prime
e manufatti necessari alla costruzione delle imbarcazioni crebbero notevolmente,
a Pisa come in tutta l’area mediterranea, tanto che persino Genova
e Venezia finirono per ricorrere alle più economiche imbarcazioni
nordiche.
Così, fin dalla metà del Seicento, le ambizioni dell’arsenale
di Cosimo appaiono ormai solo un ricordo di splendori passati, mentre
i capannoni ospitano barche e barconi da vendere a privati e di piccolo
cabotaggio. Al di là delle critiche ripetute alla disorganizzazione
e all’eccesso di improvvisazione, la crisi di questo cantiere fu
soprattutto causa della progressiva preponderanza delle rotte atlantiche,
sulle quali era necessario dotarsi di imbarcazioni con caratteristiche
tecniche e dei materiali ben diverse da quelle realizzabili a Pisa.
Nel 1731 vi verranno acquartierati alcuni contingenti di
cavalleria spagnola finché, con la fine della dinastia Medici e
l’arrivo degli Asburgo-Lorena, si pose definitivamente fine alle
attività cantieristiche, destinando l’arsenale a stalla del
reggimento dei dragoni granducali. Con gli anni, ma soprattutto il cambiamento
nell’utilizzo della struttura, l’arsenale subì notevoli
trasformazioni complessive. Le più notabili furono quelle apportate
nella seconda metà del XVIII secolo, quando lo spazio venne riorganizzato
per il miglior ricovero dei cavalli: venne lastricato il piano e tamponati
gli archi nei lati esterni, oltre alla realizzazione delle poste. L’adattamento
a scuderie previde inoltre l’occlusione a muratura delle arcate,
che vennero munite di portone d’ingresso e finestroni superiori.
Rilevanti anche i rimaneggiamenti avvenuti nella seconda metà dell’Ottocento,
quando vi fu sistemato il Deposito degli Stalloni, con l’abbattimento
di sette campate e la realizzazione di un cortile interno.
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