Politica marinara granducale
(militare e mercantile)

Disegno di alcune medaglie recanti simbologie che dimostrano
la vocazione marinara di Cosimo I
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L'età medicea
Cosimo I dei Medici dimostrò sempre un grande interesse
per la realtà marinaresca del ducato toscano, e fin dai primi anni
del suo principato aveva previsto un grande sforzo di energie e di mezzi
per poter concretizzare un piano di ampio respiro in ambito di politica
navale e marittima. Anzitutto, ci si rese conto che uno dei limiti maggiori
per l’affermazione della potenza marittima fiorentina era di non
aver fatto seguire alla conquista di Pisa – avvenuta congiuntamente
con l’acquisto del castello di Livorno – un efficace controllo
sulle acque del Tirreno prospicienti al litorale. La situazione geopolitica
della costa toscana nella seconda metà del Cinquecento si presenta
estremamente frammentata. Si è in linea col predominio della Spagna,
sancito dalla pace di Cateau Cambrésis(1559), e dal trattato del
1557 con il quale Filippo II Asburgo cedette al Medici gran parte dello
Stato di Siena, ad esclusione dei territori di Talamone ed Orbetello (lo
Stato dei Presidi). Per queste ragioni, Cosimo impiegò non poche
risorse, anche diplomatiche, per assicurarsi il controllo sull’isola
d’Elba, dove ottenne solo una porzione della rada dove fece fortificare
Portoferraio (inizialmente Cosmopoli), e l’arcipelago toscano. Sopravvissero
invece al di fuori dei confini del ducato il Principato di Piombino, in
mano agli Appiano, la Corsica, di dominio genovese, e la Versilia, sotto
la dipendenza della Repubblica di Lucca e del Principato di Massa, ad
eccezione di Pietrasanta, fiorentina. Allo stesso tempo, ci si impegnò
per assicurare alla politica marinaresca toscana anche l’appoggio
di adeguate strutture portuali e navali, tramite un ampio ventaglio di
disposizioni che riguardarono Pisa ed il suo contado, e Livorno.
Pisa è dunque prescelta per svolgere una funzione centrale di un’area
commerciale e marittima mediterranea che il Medici vuole porre sotto il
proprio controllo, e quindi Pisa è designata quale luogo dove erigere
l’arsenale della nuova flotta toscana. La città, tra l’altro,
aveva la possibilità di approvvigionarsi facilmente di legname,
da reperirsi nella vicina Garfagnana o da far pervenire via fiume dalle
foreste casentinesi.
Nel processo costitutivo dello Stato mediceo di Cosimo I, l’istituzione
della Religione del Sacro, Militare e Marittimo Ordine di Santo Stefano
Papa e Martire permise al Medici ed ai suoi successori di perseguire e,
in molti casi, raggiungere alcuni tra i principali obbiettivi postisi
tanto in politica estera che interna.
L’Ordine stefaniano fu infatti provvisto di una invidiabile e ben
attrezzata flotta di galere, con la quale si poté costruire un
rapporto preferenziale sia con i pontefici, proponendosi quali strenui
difensori della cristianità, che con la Spagna di Filippo II, riuscendo
così a mantenere una certa autonomia in cambio delle garanzie fornite
in ausilio dell’armata navale spagnola. Inoltre, una preparata Marina
da guerra era essenziale per assicurare la difesa delle coste toscane
dai ripetuti attacchi di turchi e barbareschi.
Il costo crescente di sostentamento della flotta, degli armamenti e degli
arsenali di ben tre centri (Pisa, Livorno e Protoferraio), unito al calo
ingente dei profitti e delle entrate delle finanze granducali, provocò
l’inesorabile decadenza della marina mediceo-stefaniana, e la crisi
toccò un primo apice a metà del Seicento. Nel 1646, infatti,
parte della squadra toscana fu venduta: solo due galere restano in servizio
per compiti di pattuglia e di rappresentanza. Sotto Cosimo III, le forze
marittime granducali furono progressivamente riservate ad attività
commerciali, mentre le forze stefaniane languivano nell’inerzia
e con sempre più rare spedizioni in mare.


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L'età lorenese

Ferdinando Fabrini, Veduta del Lung'Arno di Pisa verso il
Ponte a Mare, fine XVIII secolo |
L'età lorenese
Con l’avvento della dinastia lorenese, l’esigenza primaria
del governo granducale fu quella di avviare una politica mediterranea
che facesse perno su rapporti diplomatici ed auspicati accordi commerciali
con la Celeste Porta, ponendo fine alla guerra di corsa e mirando anzitutto
allo sviluppo della marina mercantile toscana. Nell’ambito della
nuova politica commerciale, che trovò espressione nell’editto
per il regolamento della Marina e navigazione mercantile toscana del 10
ottobre 1748, si colloca la stipula di trattati di pace e di commercio
con la Turchia e le Reggenze barbaresche, quali : il trattato di pace
perpetua e libero commercio stipulato tra l’imperatore Francesco
Stefano di Lorena e il sultano Mahmud-Han dell’Impero ottomano il
25 maggio 1747, ed i trattati di pace con Algeri dell’otto ottobre
1748, con il Regno di Tunisi del 23 dicembre 1748 e con la Reggenza di
Tripoli del 27 gennaio 1749.
Già dalla fine del 1737, nell’ambito dei progetti di ristrutturazione
e risanamento economico del granducato, si rese evidente come il commercio
della Toscana non potesse essere florido se non facendo pace con il Turco
ed in tal progetto l’Ordine stefaniano, precisamente per il ruolo
che aveva svolto sui mari in funzione antimusulmana, avrebbe costituito
un insormontabile ostacolo. D’altra parte, della gloriosa flotta
stefaniana sopravvivevano ormai due sole galere vetuste e malridotte,
rimaste in rada quasi ininterrottamente per anni e motivo di un rilevante
capitolo di spesa per le casse statali, mentre anche tra i membri dell’Ordine
era da tempo inesistente ogni velleità di lottare in difesa della
vera fede.
La principale funzione della rinnovata marina sarebbe stata la tutela
delle attività mercantili e non certo la guerra di corsa.
Così, il 20 gennaio 1750 Francesco Stefano sancì, con un
apposito motuproprio, la sostituzione della squadra delle galere a remi
con i tre vascelli a vela.
Anzitutto, appariva chiaro che con quella riforma non si era trattato
né di dotare l’Ordine di una più moderna squadra di
imbarcazioni, né di un semplice cambio di tipo di unità
navale. Si era bensì eliminato definitivamente quella che per due
secoli era stata la forza militare marittima della Religione stefaniana
sostituendola con una piccola flotta impegnata nella tutela della libertà
di commercio e solo accessoriamente nella lotta con i pirati. Lo spazio
riservato ai cavalieri sui vascelli restò subordinato e privo di
ogni rilievo, apparendo più un pretesto che una reale volontà
di riqualificazione dei membri dell’Ordine.
Dopo un primo viaggio inaugurale a scopi propagandistici, allarmato dalle
ingenti spese affrontate, il granduca si propose di trovare una più
proficua utilizzazione dei vascelli. Fin dalla metà di gennaio
del 1751 aveva incaricato a tal scopo i propri ministri di escogitare
una maniera per utilizzare quelle imbarcazioni a fini mercantili.
D’altra parte, gli effetti miracolosi auspicati a seguito dei trattati
di pace con le Reggenze magrebine si dimostrarono ben presto assai effimeri.
Anzi, a ragione delle notizie di aggressioni e rapine effettuate ai danni
delle coste del granducato durante i mesi estivi di quell’anno,
i disegni imperiali dovettero necessariamente ridimensionarsi e, fin dal
dicembre, ci si trovò a dover far uscire un vascello armato «pour
tenir en sujettion» i barbareschi, a tutela tanto dei propri bastimenti
quanto di quelli che, pur stranieri, si dirigevano al porto livornese.
Il ruolo della Marina da guerra toscana, ormai completamente riconvertita
ad imbarcazioni a vela con l’aggiunta di due fregate e uno snow,
per tutta l’epoca della Reggenza lorenese e anche sotto l’illuminato
governo di Pietro Leopoldo, si limitò dunque alla salvaguardia
del litorale toscano dagli attacchi di pirateria, ed in special modo alla
difesa del porto di Livorno, divenuto ormai cruciale snodo di scambi e
commerci dei mercantili di tutta Europa. L’attenzione dei sovrani,
ormai propensi più ad investire nello sviluppo economico ed assistenziale
della società che alle spese militari, finì per distogliersi
sempre più dall’attività cantieristica e dal mantenimento
di una efficace marina locale.

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