La
scienza nautica

Navi del Piazzale delle Corporazioni: grande oneraria
romana in navigazione a vela. Mosaico della stazione n° 15
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Gli antichi conoscevano molto bene l’andamento climatico
del Mediterraneo e, ai fini della navigazione, dividevano l’anno
in due, con un’epoca appropriata, detta “mare apertum”,
inaugurato con la cerimonia del Navigium Isidis, e una
nella quale la navigazione era proibita, il “mare clausum”,
quando si evitava di prendere il mare a meno che non fosse davvero necessario.
Lo studio dei venti, insieme ad un approfondito esame delle correnti,
permetteva in alcuni casi di navigare perdendo di vista le coste, altrimenti
indispensabile punto di riferimento per la determinazione delle rotte,
soprattutto durante il giorno quando non si poteva contare sull’ausilio
della stella polare. La forza eolica era peraltro fondamentale dato che,
per quanto in età romana esistessero imbarcazioni capaci di navigare
di bolina e navigare controvento, di fatto l’uso esclusivo
della vela quadra rendeva impossibile un tale tipo di manovra per tutte
quelle navi dotate di un solo albero.
Purtroppo, la quasi totalità dei trattati di arte navale prodotti
dai romani è andata perduta, ostacolando così una approfondita
comprensione delle metodologie dell’epoca. Ci resta solo qualche
titolo, come ad esempio l’opera in più volumi di Marco Marrone,
i libri navales, e quella di Sesto Frontino, Stratagemmi¸
giuntaci monca proprio in riferimento alla parte dedicata all’arte
nautica. Ci restano solo alcune opere risalenti al Basso Impero e che
furono compilate proprio sulla base di testi più antichi. La più
nota è forse un trattato di Vigezio, che pur approssimativa ed
piuttosto imprecisa, resta una fonte imprescindibile per questo tipo di
informazioni. Interessanti anche due scritti di autori bizantini, di epoca
più tarda, che richiamano regole e norme pressocché identiche
a quelle in uso in età romana.
La tradizione pisana di eccellenza nella costruzione delle navi e nella
carpenteria si tinge con i colori del mito, basti pensare che persino
Virgilio ipotizzava che l’etrusco Asila fosse accorso in aiuta di
Enea con una flotta partita proprio dalla città di Pisa (Aen.,
X, 178-81). Una testimonianza ben più reale, è data dalle
epigrafi tombali che si sono conservate, soprattutto quelle di età
imperiale, in base alle quali si osserva come i fabris navales,
una vera e propria corporazione riunita in consorteria professionale e
dedita alle attività di costruzione e di manutenzione di navi ed
altre imbarcazioni, si collocassero tra i cittadini più ricchi.
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