Navigatori e genti di mare - L'età medievale

Saperi tra due sponde

Vista delle dogane a Venezia, Codex Maggi, Voyage de Charles Magius, 1578. Manoscritto illustrato. BnF, Estampes et Photographie (Rés.Ad.134 fol.7)

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Saperi tra le due sponde
Marinai e genti di mare
Fonti

Non furono sempre di natura bellica i contatti dei pisani con le altre popolazioni mediterranee. Col mondo islamico in particolare, si possono infatti attestare innumerevoli testimonianze di relazioni pacifiche, anche se caratterizzate da circospezione e da una certa diffidenza, ma anche di emulazione e di concorrenza. Il primo patto scritto attestato risale al 1133 ed in seguito, per secoli, i rapporti soprattutto con gli Stati dell’Africa settentrionale (ma soprattutto Tunisi e Bugia) videro succedersi trattati di commercio e d’amicizia, scambi di cortesia e di affari vantaggiosi.
I soggetti maggiormente implicati in questo processo di conoscenza e rispetto reciproco furono, insieme ai mercanti, tutta quella serie di persone deputate al controllo ed alla disciplina delle dogane che si trasferivano per più o meno lunghi periodi nelle terre prescelte, quali piazze di mercato d’interesse, e che divennero i veri protagonisti di questo scambio culturale e profondo tra i pisani, da un lato, e le altre popolazioni mediterranee, dall’altro.
Nei centri prescelti per l'insediamento si trovavano dunque, insieme ai notai deputati alla registrazione dei movimenti di merci, coadiuvati da embulari e fondacari, impiegati appunto nelle dogane e nei fondaci, vi era poi il console in rappresentanza dell’intera comunità, ma anche i chierici addetti all’espletamento delle funzioni religiose, ed infine alcuni artigiani e tutti gli altri che, spesso ben più stabili dei mercanti, finivano per fare della nuova residenza la propria patria, unendosi con donne del luogo e creandovi la propria famiglia.
Dall’insieme di queste relazioni, ne scaturì un patrimonio culturale e scientifico comune nato dall’elaborazione dell’ingegno di alcuni grandi personaggi, come Burgundio, Ugo Eteriano, Leone Tosco e Leonardo Fibonacci, i quali seppero trasformare l’influenza ricevuta dal contatto con il mondo islamico in un contributo inestimabile non solo alla società pisana, e i numerosi arabismi accolti nel volgare pisano antico e nella toponomastica costituiscono solo un esempio, ma europea tutta, quale fu l’introduzione in occidente dei numeri arabi o di alcuni principi di estrema importanza in campo architettonico ed artistico.

Leonardo Fibonacci e il Liber Abaci del 1202

Il padre di Leonardo Fibonacci, Guglielmo, era notaio presso la dogana di Bugia e lì addetto a registrare gli atti pubblici del console residente a difesa degli interessi della nazione dei mercanti pisani. La città era infatti una piazza molto importante nel quadro degli scambi commerciali con la Berberia orientale, eccellente produttrice di cereali oltre che mercato interessante per l'acquisto di cuoio e, in misura minore, di lana, cera, allume e scorze tanniche (importanti queste ultime per la concia dei pellami).
Negli anni della seconda metà del secolo XII, i rapporti della colonia pisana con le autorità locali erano disciplinati da una serie di trattati ed accordi diplomatici, in linea con una seconda fase dell'espansione della Repubblica verso il mondo islamico mediterraneo, durante la quale il linguaggio del commercio e dello scambio pacifico e regolamentato si erano ormai di fatto sostituiti allo scontro armato ed al conflitto permanente della corsa.
Leonardo raggiunse il padre intorno al 1180, proprio per avviarvi la propria formazione matematica. Il Fibonacci apprese dunque dai migliori maestri arabi a Bugia, ma poi ampliò le proprie conoscenze nel corso dei suoi viaggi, che lo portarono in Egitto, Siria, Grecia, Sicilia e Provenza, destinazioni comuni ai mercanti pisani della sua epoca.
Non fu dunque un caso che il Liber Abaci (1202, 1228) dedichi amplissimo spazio ai problemi di matematica applicata propri dell'attività concreta dei mercanti, quali il cambio delle monete, i pesi, le misure in uso nei diversi paesi, i prestiti e le operazioni finanziarie, il calcolo degli interessi e le diverse tipologie di associazione commerciale.

La nuova matematica che Leonardo portò con sé al rientro a Pisa dai suoi viaggi nel Mediterraneo è praticamente estranea alle scarsissime conoscenze del tempo, che ne vengono rivoluzionate al punto da scomparire quasi del tutto dalle pagine della storia.
Siamo di fronte a un'opera che non ha antecedenti in Europa, e che sfida le sue stesse fonti arabe. Naturalmente, non mancano le filiazioni da opere precedenti, e anzi in alcuni tratti il Liber Abaci mostra evidenti le tracce di autori arabi, da al-Khwârizmî ad Abû Kâmil; ma è altrettanto evidente che l'opera di Leonardo deriva non da un autore o da una scuola, ma semmai dalla matematica araba nel suo complesso, e che Fibonacci integra in essa tutte le conoscenze acquisite durante il suo apprendistato a Bugia prima, e poi nel corso dei suoi viaggi in tutto il mondo conosciuto.
I modelli dei suoi scritti furono la completezza delle dimostrazioni degli Elementi di Euclide e ripresero il rigore delle Opere di Archimede: per questo volle dividere il Liber Abaci in quindici parti come allora si riteneva fossero divisi gli Elementi. Con questa sua opera si propose dunque un metodo alternativo, che richiese di abbandonare financo la scrittura dei numeri fino allora utilizzata per adottarne una nuova.
L'introduzione della notazione posizionale e delle cifre arabo-indiane al posto dei numeri romani non fu automatica, dovendo prima superare le diffidenze e le resistenze da parte di chi, mancando di familiarità con gli algoritmi di calcolo, temeva di non riuscire a controllare i risultati. Si dovette attendere quasi un secolo prima che l'efficacia e la semplicità dei nuovi metodi di notazione e di calcolo prendessero il posto dell'ingombrante scrittura con le cifre romane e delle macchinose operazioni necessarie con esse.
Ad approfittare del nuovo algoritmo sono soprattutto i mercanti, i cui traffici in quel periodo stavano uscendo dalla dimensione locale per acquistare un'ampiezza che in molti casi richiedeva tecniche matematiche e di registrazione più complesse e sicure.

Nessuno dei numerosi manoscritti matematici di Leonardo si trova a Pisa.

Il Liber Pisano Sono gli spazi mediterranei che, probabilmente intorno al 1180, un anonimo pisano descriveva con sicurezza in una sorta di precoce portolano in latino, a commento di una carta marittima da lui disegnata e purtroppo non pervenutaci. Un'opera di straordinaria precocità solo recentemente restituitici dall'oblio. Dal prologo di questo Liber apprendiamo molte cose sull'autore e sulla genesi del suo lavoro. Intanto egli sostiene di aver compiuto numerosi viaggi, dai quali afferma di aver tratto una parte delle informazioni fornite, ma di avere utilizzato come fonti anche i marinai con cui era entrato in contatto e pure fonti libresche. Inoltre, l'autore, che appare ben consapevole della novità del suo testo, racconta di essere stato indotto a scrivere l'opera da un venerabile canonico della chiesa maggiore di Pisa, anche perché le sacre scritture non offrivano una corrispondente descrizione della realtà geografica mediterranea: un lavoro difficile e lungo è insiste è oltre che nuovo, nonché aperto a correzioni ed integrazioni.
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