Schiavi e buonavoglia
I.Fabroni, Alcuni schiavi lavoranti al porto di Portoferraio con sega a due mani, disegno. |
La schiavitù ha costituito, dal XIII al XVIII secolo,
un aspetto essenziale della connessione e dei costanti flussi –
di merci, denaro, persone – che si ebbero tra le rive del Mediterraneo.
Nell’età moderna, come in quella medievale, accanto agli
schiavi cristiani, a proposito dei quali si ebbe un costante impegno nell’organizzazione
di istituzioni operanti per il riscatto, fu altrettanto rilevante l’esistenza
di schiavi musulmani. Se infatti gli stati islamici, e soprattutto le
città barbaresche, catturavano i cristiani in primo luogo per ottenerne
un prezzo di riscatto, il mondo cristiano aveva bisogno ed utilizzava
stabilmente gli schiavi come forza lavoro, a servizio pubblico soprattutto.
Di fatto, la schiavitù fu la conseguenza più rilevante della
guerra corsara e il "turco" fu oggetto di un attivo commercio
nel Mediterraneo soprattutto nei secoli XVII e XVIII.
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I rematori si dividevano in tre classi,
e di queste la più numerosa era rappresentata dagli schiavi,
cioè dai prigionieri musulmani e altri soggetti che avevano abiurato
la fede di Cristo catturati durante le scorrerie contro i litorali anatolici,
balcanici, nordafricani e dell'Egeo, oppure a seguito degli scontri in
mare con i legni islamici, sia mercantili che da guerra. Gli schiavi turchi
erano senza alcun dubbio considerati i più docili e disciplinati.
Per questo spesso ottenevano di esser liberati dai ferri e si mandavano,
durante il giorno, a terra o a lavorare a servizio o a gestire piccole
attività nel porto, come quelle di sarto o calzolaio, di modesto
commerciante o per qualche altro traffico non sempre del tutto lecito.
Assai meno affidabili si giudicavano gli schiavi arabi e i barbareschi,
almeno a giudicare dalla documentazione dell’epoca. A sera, tutti
dovevano far rientro al Bagno o sulla galera, dove venivano nuovamente
incatenati al proprio banco.
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Il Bagno delle Galere
I.Fabroni, Forzato Amur Stiavetto preso sopra una Galeotta che poi si battezzò Giò Francesco, disegno. |
In terra cristiana, un Bagno per gli schiavi esisteva solo a Livorno; altrimenti venivano sistemati nelle galere o in altri locali. In Toscana, invece, gli schiavi, insieme alle buonevoglie ed ai forzati, erano alloggiati presso il Bagno delle galere. Il Bagno, edificato tra il 1598 e il 1605, si trovava non lontano dalle darsene, inserito tra le due fortezze nuova e vecchia. Era “una gran fabbrica isolata per ogni parte d’alte muraglie a guisa di fortezza”, di fatto una sorta di prigione, formata da quattro grandi locali disposti intorno ad un cortile, provvisto di cisterna e pozzo, di un ospedale e spezieria e di uno stabilimento con la fabbrica del biscotto. Ogni schiavo disponeva di due tavole quale giaciglio, salvo provvedere
da sé a renderlo più confortevole. Vi si ospitavano tra
le duemila e le tremila persone, come ci testimoniano rapporti dei primi
del Seicento, e vi trovavano alloggio anche alcuni ufficiali addetti al
controllo delle ciurme. Il materiale documentario in merito a questa istituzione,
soprattutto quanto alla sua architettura, è disperso ed assai lacunoso,
né è stato tuttora trattato a fondo dalla storiografia.
Sono invece numerosi i documenti che trattano della condizione degli schiavi,
tra i quali si segnalava assai spesso la presenza di personaggi di rango,
i quali, nella speranza di veder così favorita la possibilità
di un riscatto, fornivano notizie quanto a fortificazioni e forze navali
del mondo islamico.
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