Navigatori e genti di mare - L'età moderna

Schiavi e buonavoglia

I.Fabroni, Alcuni schiavi lavoranti al porto di Portoferraio con sega a due mani, disegno.

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di S. Stefano

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iconografia

Schiavi e buonavoglia
Oggetti, prede e bottini
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Scienziati e mercanti
La carriera di un
cavaliere del mare

La vita a bordo di
una galera

Fonti

La schiavitù ha costituito, dal XIII al XVIII secolo, un aspetto essenziale della connessione e dei costanti flussi – di merci, denaro, persone – che si ebbero tra le rive del Mediterraneo. Nell’età moderna, come in quella medievale, accanto agli schiavi cristiani, a proposito dei quali si ebbe un costante impegno nell’organizzazione di istituzioni operanti per il riscatto, fu altrettanto rilevante l’esistenza di schiavi musulmani. Se infatti gli stati islamici, e soprattutto le città barbaresche, catturavano i cristiani in primo luogo per ottenerne un prezzo di riscatto, il mondo cristiano aveva bisogno ed utilizzava stabilmente gli schiavi come forza lavoro, a servizio pubblico soprattutto. Di fatto, la schiavitù fu la conseguenza più rilevante della guerra corsara e il "turco" fu oggetto di un attivo commercio nel Mediterraneo soprattutto nei secoli XVII e XVIII.
Pur affiancandosi a Venezia, e seconda solo a Malta, le linee di approvvigionamento facevano capo soprattutto a Livorno, dove ricche imprese toscane protraevano l'azione dei cavalieri di Santo Stefano. A dispetto delle tradizioni, il pericolo cristiano non fu minore di quello musulmano quanto al saccheggio di vite umane. Meglio organizzato, meglio strutturato e sostenuto da un'economia in pieno sviluppo, il corso cristiano fu senza dubbio più dannoso ai Barbareschi di quanto essi non lo siano stati alle grandi potenze europee.
I musulmani catturati dai cristiani erano destinati in prevalenza al remo e solo in piccola parte furono utilizzati per lo scambio con prigionieri.
A Livorno, dove tra la fine del Cinquecento ed i primi decenni del Seicento si trovavano due o tre migliaia di schiavi, si previde l’edificazione di un grande edificio destinato al ricovero di forzati e schiavi, il Bagno. Ancora a fine Seicento, vi si contavano circa 900 schiavi, a fronte di una popolazione di ventunmila abitanti, ma si nota – come nel resto della penisola _ una significativa diminuzione del loro numero dalla fine del Cinquecento in poi.
Oltre alle necessità della navigazione, la manodopera non libera venne impiegata anche per lo scavo del canale dei Navicelli, per i lavori dell’arsenale, della fabbrica delle ancore e della nuova dogana.

 

 

I rematori si dividevano in tre classi, e di queste la più numerosa era rappresentata dagli schiavi, cioè dai prigionieri musulmani e altri soggetti che avevano abiurato la fede di Cristo catturati durante le scorrerie contro i litorali anatolici, balcanici, nordafricani e dell'Egeo, oppure a seguito degli scontri in mare con i legni islamici, sia mercantili che da guerra. Gli schiavi turchi erano senza alcun dubbio considerati i più docili e disciplinati. Per questo spesso ottenevano di esser liberati dai ferri e si mandavano, durante il giorno, a terra o a lavorare a servizio o a gestire piccole attività nel porto, come quelle di sarto o calzolaio, di modesto commerciante o per qualche altro traffico non sempre del tutto lecito. Assai meno affidabili si giudicavano gli schiavi arabi e i barbareschi, almeno a giudicare dalla documentazione dell’epoca. A sera, tutti dovevano far rientro al Bagno o sulla galera, dove venivano nuovamente incatenati al proprio banco.
Seguiva poi la categoria dei forzati cristiani che dovevano espiare la loro condanna vogando, anche se spesso questa pena equivaleva ad una sentenza di morte, considerate le condizioni di vita a cui erano sottoposti e al rischio che correvano durante i combattimenti.
L'ultimo gruppo di rematori, di gran lunga il più esiguo specie sulle galere toscane, era formato dalle buonevoglie, uomini che volontariamente si erano arruolati per procurarsi da vivere. Come tutti gli altri rematori, anche i buonevoglie venivano incatenati, ma ad essi, come talvolta anche ai forzati cristiani, poteva ricorrere il capitano della nave allorché durante uno scontro le sorti della battaglia volgevano al peggio. Il comandante aveva infatti la facoltà di ordinare agli aguzzini di sferrarli e dar loro le armi e se il combattimento terminava con la vittoria dell'unità, i rematori che avevano lottato ricevevano un premio che, in genere, per i forzati consisteva nel riacquistare la libertà.

Il Bagno delle Galere

I.Fabroni, Forzato Amur Stiavetto preso sopra una Galeotta che poi si battezzò Giò Francesco, disegno.

 

In terra cristiana, un Bagno per gli schiavi esisteva solo a Livorno; altrimenti venivano sistemati nelle galere o in altri locali. In Toscana, invece, gli schiavi, insieme alle buonevoglie ed ai forzati, erano alloggiati presso il Bagno delle galere. Il Bagno, edificato tra il 1598 e il 1605, si trovava non lontano dalle darsene, inserito tra le due fortezze nuova e vecchia. Era “una gran fabbrica isolata per ogni parte d’alte muraglie a guisa di fortezza”, di fatto una sorta di prigione, formata da quattro grandi locali disposti intorno ad un cortile, provvisto di cisterna e pozzo, di un ospedale e spezieria e di uno stabilimento con la fabbrica del biscotto.

Ogni schiavo disponeva di due tavole quale giaciglio, salvo provvedere da sé a renderlo più confortevole. Vi si ospitavano tra le duemila e le tremila persone, come ci testimoniano rapporti dei primi del Seicento, e vi trovavano alloggio anche alcuni ufficiali addetti al controllo delle ciurme. Il materiale documentario in merito a questa istituzione, soprattutto quanto alla sua architettura, è disperso ed assai lacunoso, né è stato tuttora trattato a fondo dalla storiografia. Sono invece numerosi i documenti che trattano della condizione degli schiavi, tra i quali si segnalava assai spesso la presenza di personaggi di rango, i quali, nella speranza di veder così favorita la possibilità di un riscatto, fornivano notizie quanto a fortificazioni e forze navali del mondo islamico.
In genere, gli “ospiti” del Bagno erano utilizzati per la manutenzione delle imbarcazioni, per la produzione del pane e delle gallette, per servizi vari, oppure, per evitare che stessero in ozio, erano incoraggiati a lavorare la lana per fare soprattutto calze. Queste ultime venivano poi vendute e il ricavato utilizzato per incrementare lo scarso cibo che veniva loro dato, che di norma consisteva giornalmente in circa sei etti di gallette, una minestra di legumi con un cucchiaio di olio e del riso, mentre durante i giorni di festa si aggiungevano formaggio, pesce, carne salata e vino.


A metà del XVIII secolo, quando la dinastia lorenese impose i suoi ben diversi piani di commercio e di pace con i paesi musulmani, anche il Bagno delle galere con il suo complesso di strutture di terra venne smantellato nel giro di pochi anni.

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