| Terra sigillata |
Approfittando delle ricchezze locali e delle possibilità offerte
dal porto e dalle vie di scambio ben avviate da Pisa, Cn.Ateius avviò
nel I secolo a.C. sulle rive dell’Auser, a poca distanza verso Nord
dal centro urbano, una filiale delle sue attività di produzione
di terra sigillata, destinata soprattutto per gli approvvigionamenti degli
accampamenti e delle truppe.
Le opportunità rivelatesi dalle floride commercializzazioni possibili
via mare dal porto tirrenico, oltre alla riduzione drastica del costo
dei trasporti per trovarsi già nei pressi dell’imbarco, portò
a far sì che la produzione pisana superasse la casa madre, posta
in Arezzo, ben presto soppiantandola completamente.
La terra sigillata pisana conobbe enorme diffusione, affermandosi oltre
che in Italia anche in Gallia e in Germania, raggiungendo poi le più
lontane province dell’Impero romano.
Tale successo perdurò fino alla inesorabile affermazione della
sigillata sud-gallica, la cui concorrenza assunse aspetti imponenti già
dalla seconda metà del I secolo d.C. e come è ampliamente
testimoniato dai diversi volumi di traffico delle due terre attestati
dai resti del porto pisano di San Rossore.
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Anfore
Tratto da B.Ferrini-E.Rossi, Le anfore, in Le
navi antiche di Pisa. Ad un anno dall’inizio delle ricerche,
a cura di Stefano Bruni, Firenze, Edizioni Polistampa, 2000, pp.119-120;
E.Rossi, Anfore “greco-italiche”, in ibid.,
pp.121-127; S.Pesavento Mattioli-S.Mazzocchin-M-G.Pavoni, Anfore della
nave B, in ibid., pp.131-141.

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Le anfore sono i contenitori per eccellenza dei trasporti marittimi e
fluviali: sono fabbricate e smerciate non tanto per il loro valore intrinseco,
ma come contenitori di altri prodotti, in particolare olio, vino, frutta,
salse di pesce, pesce salato e molte altre sostanze. Una volta riempite,
le anfore venivano sigillate con tappi di terracotta, di legno o di sughero.
Sul collo, sulle anse, sull’orlo e sui puntali sono frequenti i
bolli, con indicazione del nome del fabbricante, del nome del commerciante,
del contenuto, della qualità e del peso. Riempite e sigillate,
le anfore erano quindi imbarcate nelle stive delle navi, impilate con
gran cura in file sfalsate e sovrapposte, in modo da rendere il carico
stabile e il più capace possibile.
Una volta arrivate a destinazione, le anfore costituivano un vuoto a perdere,
ma venivano spesso reimpiegate come materiale da costruzione. Al momento,
lo scavo pisano ha restituito oltre un migliaio di esemplari, dei quali
una notevole percentuale integri o interamente ricostruibili.
Le tipologie più comuni reperite sono le così dette “anfore
greco-italiche”, che fin nella loro denominazione riflette pienamente
nel termine il carattere pan mediterraneo greco-romano del commercio di
questo periodo.
Le caratteristiche tipologiche di queste anfore si possono evidenziare
nell’orlo appiattito e inclinato, la forma del collo troncoconico,
la spalla carenata piuttosto ampia e appiattita nei tipi più antichi
che diventa sempre più arrotondata in quelli più recenti,
il corpo ovoidale più o meno allungato.
Questo tipo di anfore sembra impiegato unicamente per trasportare vino.
L’introduzione graduale su vasta scala di questo tipo di contenitori
nel corso del III secolo a.C., testimoniato dai ritrovamenti di relitti
sempre più numerosi nel Mediterraneo, può attestare efficacemente
il graduale espansionismo politico, militare ed economico di Roma per
il controllo dei principali mercati del Mediterraneo occidentale nel periodo
compreso fra la I e la II guerra punica.

In questo quadro si collocano i numerosi esemplari di “greco-italiche”
contraddistinte in diverse varianti, provenienti dall’area del complesso
ferroviario di Pisa - San Rossore. Vi sono infatti state ritrovate anfore
del tipo più antico, databili tra la fine del IV e gli inizi del
III secolo a.C., ma anche un buon numero di esemplari più evoluti,
oltre ad anfore puniche e massaliote tarde, di cui molte intatte con ancora
il tappo sigillato.
Ma si sono reperite anche una ventina di anfore del tipo “Lamboglia
2”, facenti parte del carico della nave B, per la maggior parte
fabbricate lungo il versante adriatico dell’Italia e originariamente
destinate al trasporto del vino; alcuni esemplari sono di provenienza
dalla Penisola iberica ed in essi viaggiavano prodotti della lavorazione
del pesce o vini trattati in modo particolare.
Proprio l’eterogeneità del carico impedisce di avanzare ipotesi
sugli scali di imbarco delle merci prima dell’arrivo a Pisa.

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Altri oggetti
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Di grande importanza per capire l’entità dei commerci dell’area
pisana anche il piccolo vaso di uso comune (lagynos) in argilla grigia
del II secolo a.C. recuperato, perché il materiale del quale è
costituito lo rende un esemplare unico nel suo genere.
Le ceramiche in argilla grigia del periodo corrispondente al tardo-ellenistico
sono infatti provenienti per lo più dalle coste dell’Asia
Minore (e quest’oggetto potrebbe forse esser stato prodotto a Cipro)
e sono state rinvenute anche nella Grecia Orientale: appare quindi evidente
la vastità dei traffici intercorsi proprio con la Grecia da parte
delle popolazioni etrusche abitanti queste zone.
Anche il cospicuo numero di frammenti vitrei ritrovati, quali parti più
o meno complete di manufatti di varia foggia e databili tra il I e il
II secolo d.C., costituiscono un campione di indubbio significato per
l’attestazione della circolazione e della presenza di vasellame
vitreo a Pisa principalmente durante l’età imperiale romana.

Bicchiere cilindrico di vetro verde chiaro, soffiato
entro stampo, con decorazione in rilievo.
Manufatto proveniente dall'area orientale del Mediterraneo, probabilmente
di ambito siriano, databile al I sec.dopo Cristo.
Museo delle Navi, Pisa.
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Bottiglia soffiata a stampo. Seconda metà
I-II secolo dopo Cristo. Museo delle navi, Pisa.
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