Vie di scambio - L'età antica

I commerci mediterranei arcaici

Pisa etrusca

Nave che trasporta leoni sul coperchio di un sarcofago di Villa Medici, Roma.

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I commerci mediterranei
arcaici

Fonti

Resti archeologici attestano contatti frequenti e dotati di una certa stabilità tra la Toscana protoetrusca e Greci, Fenici e Punici almeno a partire dall’VIII secolo (ma non mancano rapporti commerciali precedenti, fin dal II millennio a.C.).
In quest’epoca, gli scambi riguardano soprattutto l’esportazione di metalli, grezzi o semilavorati, e l’importazione di ceramiche, vino e olio, schiavi. Si tratta peraltro del frutto di azioni di pirateria e di scambi occasionali, approfittando del passaggio di stranieri. Vere e proprie relazioni commerciali si instaurarono solamente a partire dalla fine del VII secolo, per consolidarsi poi tra il VI e il V secolo a.C.
In quest’epoca, la coltura della vite e dell’olivo si affermarono definitivamente in Etruria ed i frutti della produzione trovarono mercato nell’intero bacino mediterraneo, insieme alle ceramiche etrusche, i buccheri, dalla tipica colorazione nera lucida, risultato della specializzazione dell’artigianato locale.

La Pisa Etrusca, a giudicare dalle fonti, nel VI secolo a.C. svolgeva già un ruolo fondamentale nell’ambito degli scambi commerciali di area tirrenica, soprattutto quanto ai metalli come il ferro, il bronzo e lo stagno. Si annovera infatti il collegamento con la città sia nelle principali rotte mediterranee dell’epoca, che con alcuni dei centri più importanti del Nord Italia, quali le zone dell’Emilia e del Veneto, che ricorrevano ad un efficace sistema viario. I relitti di navi etrusche sono concentrati prevalentemente lungo la Costa Azzurra: la acque di Cap d’Antibes, Bon Porté, Point du Dattier e Marsiglia hanno restituito interi carichi di anfore da trasporto, fabbricate in Etruria, contenitori del vino prodotto in gran quantità nel VII e VI secolo a.C. nei centri della Tuscia meridionale.
Meno consistente è invece la presenza di resti etruschi nelle zone costiere a sud dell’Etruria: più intensa in Campania, meno numerosa a Metauro (l’odierna Gioia Tauro), a Lipari, a Milazzo e in diverse colonie della Sicilia orientale. Ci troviamo di fronte a un vasto raggio di traffici marittimi, destinati a rifornire di un bene alimentare pregiato come il vino. A quest’intensa attività di scambio non potevano non corrispondere anche forme aggressive.
Nella fase iniziale esse non presero forme organizzate, ma in un secondo tempo dovettero assumere tutte le caratteristiche di sistematiche azioni di pirateria.
Le veloci navi etrusche furono infatti tacciate a lungo dai Greci di pirateria, attività peraltro assai diffusa nell’antichità oltre che efficace deterrente per evitare concorrenze commerciali indesiderate.
Della città etrusca non restano purtroppo che rare testimonianze, la principale delle quali è rappresentata dalle necropoli, individuate da successivi scavi archeologici, e la presenza di numerosi cippi funerari in marmo. L’importanza di queste vestigia è peraltro dimostrazione dell’attività delle cave Apuane fin dal VI secolo a.C. e del fatto che Pisa fosse già al tempo un centro di lavorazione e commercializzazione del marmo.


Pisa romana

 

Le vie d’acqua restarono, in epoca romana come in tutta l’età arcaica, la principale, se non esclusiva, modalità di trasporto che permettesse di spostare carichi pesanti a costi relativamente contenuti. Il trasporto marittimo, come quello fluviale, non richiedevano infatti la realizzazione di opere costose e bisognose di continua manutenzione come le vie di terra (che dovevano essere anzitutto realizzate, con tanto di ponti e trafori, e poi controllate e periodicamente ristrutturate). L’archeologia subacqua ci ha rivelato infatti l’esistenza di una estesa rete mercantile frequentata da antichi traffici, destinati soprattutto ai grandi rifornimenti ed approvvigionamenti di cereali.

Così, anche in merito all’attività commerciale in età romana di Porto Pisano, occorre anzitutto ricordare che qui sostavano le triremi romane cariche dei censi e dei tributi dell’Etruria annonaria, che venivano portati a Roma per mare. Pisa fu il principale porto di esportazione delle derrate, tributo imposto da Roma alle province della Galla cisalpina, oltreché rifugio comodo e sicuro, forse l’unico davvero dotato do tali qualità nel tratto di costa dal Monte Argentario al porto di Luni. Pisa ebbe inoltre importanti scambi sia con la Gallia Transalpina che con le località liguri, ma anche con la Sardegna, con le isole dell’arcipelago toscano, e poi con l’Egitto e con l’Oriente, come dimostrato da fonti e testimonianze.

Un attento studio sui ritrovamenti di anfore presso il sito archeologico del porto urbano pisano ci ha fornito molte informazioni sui traffici e sulle rotte commerciali usate. Al momento, gli esemplari ritrovati – ed in particolari quelli relativi alle anfore della nave B – consistono in contenitori provenienti dall’area adriatica e destinati originariamente alla commercializzazione del vino, seppur qui riutilizzati per altre destinazioni (frutta, sabbia, o altro); ed alcune altre anfore di provenienza spagnola destinati alle conserve ed alle salse di pesce. Indicativi anche i ritrovamenti di piccoli oggetti in corno ed in osso, non tutti di facile identificazione, ma testimonianza di una produzione ed una commercializzazione di una certa complessità, implicando la vicinanza dei luoghi di macellazione degli animali e la presenza di artigiani specializzati alla loro elaborazione.

 

Il vino e le anfore dell’Italia adriatica

Nell'ambito delle testimonianze della produzione vinaria italica desumibili dagli autori antichi, anche se il ruolo di maggior rilievo quanto alla fama dei vini spetta al versante tirrenico, non mancano attestazioni riferibili all’Italia settentrionale ed al versante adriatico. Dalle fonti emerge una grande diffusione della viticoltura nella Cisalpina in generale: in particolare sono citati le uve e i vini di Alba, di Novara, di Milano, di Padova, di Aquileia, dell’Istria e dell’Emilia. Più a sud erano prodotti vini di pregio poi noti con il nome di “picena”, mentre ancora più a meridione i vigneti dell’Apulia completavano la ricchezza agraria della regione. Il vino era trasportato e conservato in anfore, per l’età repubblicana, note come ammoglia 2, caratterizzate da numerose varianti morfologiche. Le maggiori attestazioni di questo tipo di anfore nel bacino del Mediterraneo si trovano nella sua parte orientale, dove rappresentavano il carico di ritorno dalle navi impegnate a trasportare in Italia dall’Egeo schiavi, marmi e opere d’arte, con le maggiori attestazioni ad Atene, Delo ed Alessandria. Sono invece più limitate le presenze sul versante tirrenico dell’Italia, mentre numerosi i ritrovamenti sulle coste francesi e spagnole.
In conclusione, l’abbondanza e la diffusione delle anfore e l’esistenza di una produzione articolata, avvalorata dal ricco apparato epigrafico, confermano il ruolo economico e commerciale svolto dal vino di produzione italo-settentrionale ed adriatica soprattutto tra il I secolo a.C. ed il I d.C.; la sua circolazione, pur non raggiungendo la capillarità e l’ampiezza dei vini tirrenici, copre comunque quasi tutto il Mediterraneo.

I prodotti della lavorazione del pesce e le anfore della Betica

Tra i prodotti che conobbero un’amplissima diffusione in epoca romana, vanno ricordati quelli derivati dalla lavorazione dei pesci, consistenti sia in pesci conservati mediante la salagione (salsamenta), sia in salse derivate dalla loro fermentazione. L’uso di queste ultime tanto in campo medico che nell’alimentazione è ampiamente descritto dalle fonti, che ne ricordano diversi tipi. Il prodotto primario era comunque il “garum”, un liquido chiaro, spesso in unione con vino, erbe o spezie, che veniva ottenuto in seguito alla macerazione al sole, più o meno prolungata, di sale, di erbe aromatiche e di infinite varietà di pesci (sgombri, sardine, tonni e piccoli crostacei). Tali salse furono prodotte lungo quasi tutte le coste del mediterraneo; anche se la zona dove la lavorazione dei pesci appare meglio documentata è la Betica, regione della Spagna meridionale che si affaccia sullo stretto di Gibilterra e sulla baia di Cadice. Qui venivano fabbricati anche diversi tipi di anfore destinate alla commercializzazione della salsa di pesce.

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