I commerci mediterranei arcaici
Pisa etrusca
Nave che trasporta leoni sul coperchio di un sarcofago di Villa Medici, Roma. |
Resti archeologici attestano contatti frequenti e dotati
di una certa stabilità tra la Toscana protoetrusca e Greci, Fenici
e Punici almeno a partire dall’VIII secolo (ma non mancano rapporti
commerciali precedenti, fin dal II millennio a.C.).
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| Pisa romana |
Le vie d’acqua restarono, in epoca romana come in tutta l’età
arcaica, la principale, se non esclusiva, modalità di trasporto
che permettesse di spostare carichi pesanti a costi relativamente contenuti.
Il trasporto marittimo, come quello fluviale, non richiedevano infatti
la realizzazione di opere costose e bisognose di continua manutenzione
come le vie di terra (che dovevano essere anzitutto realizzate, con tanto
di ponti e trafori, e poi controllate e periodicamente ristrutturate).
L’archeologia subacqua ci ha rivelato infatti l’esistenza
di una estesa rete mercantile frequentata da antichi traffici, destinati
soprattutto ai grandi rifornimenti ed approvvigionamenti di cereali. Così, anche in merito all’attività commerciale in età romana di Porto Pisano, occorre anzitutto ricordare che qui sostavano le triremi romane cariche dei censi e dei tributi dell’Etruria annonaria, che venivano portati a Roma per mare. Pisa fu il principale porto di esportazione delle derrate, tributo imposto da Roma alle province della Galla cisalpina, oltreché rifugio comodo e sicuro, forse l’unico davvero dotato do tali qualità nel tratto di costa dal Monte Argentario al porto di Luni. Pisa ebbe inoltre importanti scambi sia con la Gallia Transalpina che con le località liguri, ma anche con la Sardegna, con le isole dell’arcipelago toscano, e poi con l’Egitto e con l’Oriente, come dimostrato da fonti e testimonianze. Un attento studio sui ritrovamenti di anfore presso il sito archeologico del porto urbano pisano ci ha fornito molte informazioni sui traffici e sulle rotte commerciali usate. Al momento, gli esemplari ritrovati – ed in particolari quelli relativi alle anfore della nave B – consistono in contenitori provenienti dall’area adriatica e destinati originariamente alla commercializzazione del vino, seppur qui riutilizzati per altre destinazioni (frutta, sabbia, o altro); ed alcune altre anfore di provenienza spagnola destinati alle conserve ed alle salse di pesce. Indicativi anche i ritrovamenti di piccoli oggetti in corno ed in osso, non tutti di facile identificazione, ma testimonianza di una produzione ed una commercializzazione di una certa complessità, implicando la vicinanza dei luoghi di macellazione degli animali e la presenza di artigiani specializzati alla loro elaborazione.
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Il vino e le anfore dell’Italia adriatica Nell'ambito delle testimonianze della produzione vinaria italica desumibili
dagli autori antichi, anche se il ruolo di maggior rilievo quanto alla
fama dei vini spetta al versante tirrenico, non mancano attestazioni riferibili
all’Italia settentrionale ed al versante adriatico. Dalle fonti
emerge una grande diffusione della viticoltura nella Cisalpina in generale:
in particolare sono citati le uve e i vini di Alba, di Novara, di Milano,
di Padova, di Aquileia, dell’Istria e dell’Emilia. Più
a sud erano prodotti vini di pregio poi noti con il nome di “picena”,
mentre ancora più a meridione i vigneti dell’Apulia completavano
la ricchezza agraria della regione. Il vino era trasportato e conservato
in anfore, per l’età repubblicana, note come ammoglia 2,
caratterizzate da numerose varianti morfologiche. Le maggiori attestazioni
di questo tipo di anfore nel bacino del Mediterraneo si trovano nella
sua parte orientale, dove rappresentavano il carico di ritorno dalle navi
impegnate a trasportare in Italia dall’Egeo schiavi, marmi e opere
d’arte, con le maggiori attestazioni ad Atene, Delo ed Alessandria.
Sono invece più limitate le presenze sul versante tirrenico dell’Italia,
mentre numerosi i ritrovamenti sulle coste francesi e spagnole. I prodotti della lavorazione del pesce e le anfore della Betica Tra i prodotti che conobbero un’amplissima diffusione in epoca romana, vanno ricordati quelli derivati dalla lavorazione dei pesci, consistenti sia in pesci conservati mediante la salagione (salsamenta), sia in salse derivate dalla loro fermentazione. L’uso di queste ultime tanto in campo medico che nell’alimentazione è ampiamente descritto dalle fonti, che ne ricordano diversi tipi. Il prodotto primario era comunque il “garum”, un liquido chiaro, spesso in unione con vino, erbe o spezie, che veniva ottenuto in seguito alla macerazione al sole, più o meno prolungata, di sale, di erbe aromatiche e di infinite varietà di pesci (sgombri, sardine, tonni e piccoli crostacei). Tali salse furono prodotte lungo quasi tutte le coste del mediterraneo; anche se la zona dove la lavorazione dei pesci appare meglio documentata è la Betica, regione della Spagna meridionale che si affaccia sullo stretto di Gibilterra e sulla baia di Cadice. Qui venivano fabbricati anche diversi tipi di anfore destinate alla commercializzazione della salsa di pesce. |
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