Commerci e scambi tra le due sponde
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Il Cinquecento fu un secolo segnato da avvenimenti di grande risonanza che trasformarono profondamente la natura dei rapporti e dei traffici marittimi mediterranei. La Spagna e il Portogallo intervennero pesantemente nelle regioni del Nord Africa, conquistando alcuni centri nevralgici del potere islamico, anche se con il XVI secolo si assistette al progressivo affermarsi delle navi nordiche, inglesi ed olandesi. La stipula di accordi tra i paesi delle due sponde, pur significativi, non contribuirono che in minima parte alla sicurezza delle rotte mediterranee, che anzi, videro l’aumento potenziale delle scorrerie di corsari e pirati, sia musulmani - e soprattutto barbareschi - che cristiani. La corsa e la pirateria rappresentarono comunque una fonte di profitto tutt’altro che indifferente, grazie al commercio delle prede e dei prigionieri ridotti in schiavitù. Infatti, gli aspri scontri e la guerra di corsa perpetrata per tutto il XVI secolo non impedirono affatto la prosecuzione dei traffici, dimostrando l’esistenza di uno spazio comune che unì le due sponde del Mediterraneo contrariamente a tutte le frontiere politiche e religiose che si vollero erigere. È comunque innegabile che di fronte all’inasprimento degli scontri con l’Islam, i mercanti europei furono costretti a diminuire la propria presenza sulle coste del Maghreb, portando ad una contrazione delle transazioni commerciali ed anche della produzione locale. Ne soffrirono soprattutto pastorizia ed artigianato, per la diminuzione della domanda destinata all’esportazione. Con la battaglia di Lepanto, si segna il passaggio ad una nuova fase nella storia delle relazioni tra le popolazioni del bacino del Mediterraneo. Le due potenze che vi si scontrarono, la Spagna da un lato, l’Impero ottomano, dall’altro, iniziarono a rivolgere altrove la propria attenzione, l’Atlantico, l’una, l’Oceano indiano, l’altro. Ciò non significò però una drastica interruzione delle scorrerie piratesche, anzi, si assistette soltanto ad un cambiamento nelle loro modalità di attacco. In ambito commerciale, significò invece una nuova rinascita dei rapporti tra Nord e Sud.
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Z.Poggini, Ritratto del duca Cosimo contro lo sfondo di Firenze, Prato, Palazzo Comunale, Salone del Consiglio (secolo XVI) |
Per Livorno, che aveva ormai sostituito Porto Pisano sia come emporio merci che quale luogo di transito dei navigli commerciali europei (soprattutto francesi, inglesi ed olandesi), la cessazione delle ostilità tra la Spagna e l’Islam seguenti alla battaglia di Lepanto (1571) significò l’inizio dell’espansione dei propri traffici dall’ambito nord mediterraneo a quello africano. Fino a tutti gli anni Sessanta del Cinquecento, infatti, ad esclusione di Alessandria D’Egitto, l’Africa era rimasta al di fuori dai circuiti livornesi, e ci si era rivolti prevalentemente ai mercati posti in Sardegna e in Sicilia, oltre che nei paesi affacciati sull’Atlantico ed il Mare del Nord. Dal 1573 prendono invece avvio i contatti con la penisola iberica, il Levante e le coste della Barberia e, in particolare con quest’ultima, si importavano zucchero e cuoio in cambio di vasellame e ceramiche, tessuti e spezie. Non si dimentichi peraltro che, accanto alle iniziative militari, i Medici non mancarono di farsi fautori di una politica di pace diplomatica con il Maghreb. Si ricordino almeno i negoziati voluti da Francesco I e Ferdinando I con la Celeste Porta, e di quest'ultimo con il sovrano tunisino (una spedizione di ambasciatori fiorentini raggiunse Tunisi con doni ed omaggi nel 1604, ottenendo buone garanzie per tutti i sudditi toscani purché non fossero di professione corsara). Buoni contatti furono riconfermati da Cosimo III, soprattutto ancora con Tunisi e poi Algeri, così infatti il granduca, ad esempio, oltre ad impegnarsi personalmente per il riscatto degli schiavi maghrebini presenti a Livorno ed a Napoli, ottenne un diploma di libero commercio dall'imperatore Mehemet nel 1667. Del resto, fin dalla fine del Cinquecento, e durante i decenni successivi, Livorno assurse a grande porto mediterraneo, dedito soprattutto al commercio di transito e d’importazione. Lo testimoniano numerosi documenti, quali le polizze di carico, rilasciate per merci dirette al porto labronico e provenienti da località che comprendono i principali porti dalle coste atlantiche al Medio Oriente, i certificati doganali, le richiestissime patente per inalberare la bandiera granducale ed il salvacondotto per l’ingresso a Livorno, le polizze di assicurazione – ineludibili per intraprendere un viaggio da o per la Barberia - od i contratti di noleggio, relativi alle più svariate destinazioni. Quanto agli strumenti finanziari, si ricordi che per i traffici con il nord Africa si fece amplio ricorso al prestito a cambio marittimo ed alla lettera di cambio, ma solo per quanto riguarda gli scambi tra europei o ebrei. Infatti, i mercanti musulmani non accettarono la lettera di cambio se non alla fine del Settecento, mantenendo il baratto quale mezzo esclusivo di pagamento. Questo non fu mai un problema per i traffici livornesi, che poterono sempre contare sull’affidabile rete dei mercanti ebrei, spesso organizzati in vere e proprie colonie nelle maggiori zone di scambio della Barberia. Furono infatti i capitali ed i contatti tra correligionari, disposti strategicamente sulle due coste e presenti in gran numero a Pisa, ma soprattutto nella città labronica (anche grazie a politiche per loro favorevoli emanate in più occasioni dai granduchi), a costituire un vero punto di riferimento per i commerci toscani in Maghreb.
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Dal primo decennio del Seicento, mentre Livorno vede affermata la propria funzione di scalo per le rotte verso il Nord Africa, Tunisi diviene uno dei suoi scali commerciali più importanti se non il principale, insieme ad Algeri, meta prevalente delle imbarcazioni marsigliesi, inglesi ed olandesi. I due porti barbareschi offrivano caratteristiche differenti. Algeri era principalmente un luogo di rifornimento ed acquisto, di schiavi soprattutto, ma anche cuoio, lana e cera, oltre a modeste quantità di piombo, zucchero, soda, indaco, zenzero, cotone, vino e piume di struzzo. Tunisi rappresentava un centro nevralgico di scambio e la quantità e qualità dei beni che vi si acquisivano erano dei più svariati: spezie ed essenze, libri e incenso, lana barbaresca e spagnola, sete e tele d’Olanda, gomma arabica, sardine e aringhe, pellami e cuoio. Anche Bona appare nei registri dell’ufficio dei Consoli del Mare, di sede a Pisa e competente per tutte le controversie mercantili e marittime, come porto di un certo rilievo per i traffici di cuoi.
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Con l'avvento della Casa asburgica, a metà del Settecento, la politica marittima del granducato cambiò: si istituì a Livorno nel 1746 il Consiglio di Commercio, si avviarono una serie di progetti tesi allo sviluppo della marina mercantile e in questo contesto si inserirono i trattati di pace e di commercio tra Vienna e l'Impero ottomano e poi con le Reggenze barbaresche. Ci si riferisce al trattato di pace perpetua e libero commercio stipulato tra l’imperatore Francesco Stefano di Lorena e il sultano Mahmud-Han dell’Impero ottomano il 25 maggio 1747, ed ai trattati di pace con Algeri dell’otto ottobre 1748, con il Regno di Tunisi del 23 dicembre 1748 e con la Reggenza di Tripoli del 27 gennaio 1749. Una delle conseguenze più eclatanti fu la conclusione della secolare funzione antipiratesca della flotta stefaniana. I provvedimenti liberalizzatori di Pietro Leopoldo, secondogenito di Francesco Stefano e granduca di Firenze dal 1765 al 1790, oltre ai trattati di pace con il Marocco e le Reggenze del Nord Africa, furono molti e propiziarono il rifiorimento dei traffici. Solo per menzionarne alcuni, si ricordano l'abolizione di alcuni dazi e di numerose gabelle, la concessione della libera circolazione delle vettovaglie e degli altri prodotti toscani. |
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